Roberto Farinacci

Roberto Farinacci

A Vimercate, il 28 aprile 1945, viene fucilato un uomo che per più di vent'anni ha rappresentato una delle anime più violente e intransigenti del fascismo italiano.

Il suo nome è Roberto Farinacci e, mentre il regime sta crollando (insieme alla Germania nazista alla quale è rimasto fedele fino alla fine), la sua parabola politica si conclude nello stesso giorno in cui Benito Mussolini viene ucciso a Giulino di Mezzegra.

Farinacci, però, non è stato semplicemente uno dei tanti gerarchi che hanno circondato il dittatore.

È stato il ras di Cremona, uno dei protagonisti dello squadrismo e il segretario del Partito Nazionale Fascista nel momento decisivo della trasformazione autoritaria del regime.

Soprattutto è stato l'uomo che (per anni) ha continuato a rimproverare a Mussolini di essere stato troppo prudente; questo fino a diventare, almeno simbolicamente, l'altro volto possibile della dittatura fascista.

Chi è Roberto Farinacci: la sua biografia

Infanzia e giovinezza.

Roberto Farinacci nasce a Isernia il 16 ottobre 1892, figlio di Michele Farinacci - commissario di pubblica sicurezza - e di Amelia Scognamiglio.

Trascorre i primi anni della sua vita in Molise per poi trasferirsi - a causa del lavoro del padre - prima a Tortona e successivamente a Cremona, città alla quale il suo nome finirà per rimanere indissolubilmente legato.

La sua formazione scolastica è tutt'altro che lineare: frequenta gli studi in maniera discontinua finché non li abbandona definitivamente nel 1909, trovando quasi immediatamente un impiego nelle Ferrovie dello Stato come assistente operatore al telegrafo, prima a Piacenza e poi a Cremona.

Questo primo impiego gli garantisce uno stipendio ma non assorbe tutte le sue energie, tant'è che Farinacci si avvicina alla politica e (prima di diventare uno dei più famosi dirigenti fascisti italiani) compie un percorso che può sembrare sorprendente se osservato soltanto dalla fine della sua vita.

Si avvicina al socialismo riformista: il suo riferimento politico è Leonida Bissolati, importante esponente dell'ala riformista socialista e figura profondamente radicata proprio nel Cremonese.

Farinacci quindi partecipa all'organizzazione sindacale dei contadini e comincia anche a utilizzare uno strumento che diventerà fondamentale durante tutta la sua carriera, il giornale.

Scrive sul settimanale socialista locale L'Eco del Popolo e utilizza progressivamente la stampa non soltanto per raccontare la politica ma anche per combattere personalmente i propri avversari.

Tra questi emerge già Guido Miglioli, organizzatore delle leghe contadine cattoliche, destinato a diventare uno dei suoi nemici più longevi.

Dal socialismo all'interventismo.

Gli anni passano e nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale, un evento che rappresenterà una svolta cruciale per la vita di Farinacci che - come altri esponenti del socialismo riformista - sosterrà l'intervento dell'Italia nel conflitto e parteciperà attivamente alla propaganda interventista.

In questo periodo collabora con il giornale La Squilla e diventa anche corrispondente da Cremona del Popolo d'Italia, il quotidiano fondato da Benito Mussolini dopo la sua espulsione dal Partito Socialista.

Le traiettorie dei due cominciano così ad avvicinarsi.

Farinacci non è ancora fascista - e Mussolini non è ancora il Duce - ma entrambi si stanno progressivamente allontanando dal mondo socialista dal quale provengono. 

Soprattutto, condividono l'idea che l'intervento nella guerra possa diventare uno strumento di trasformazione politica.

Alla fine del 1915 Farinacci riesce a entrare nell'esercito e raggiunge il grado di caporale ottenendo, benché la sua esperienza militare sia stata relativamente breve, anche una croce al merito.

Dopo due anni, all'inizio del 1917 viene congedato per tornare a lavorare nelle Ferrovie.

La guerra, intanto, aveva ormai accelerato la sua trasformazione politica: il futuro ras infatti, una volta tornato dal fronte, non perde tempo e riprende subito gli attacchi contro socialisti e cattolici a Cremona.

Alla conclusione del conflitto, la distanza dal socialismo riformista diventa sempre più difficile da colmare, tant'è che nel gennaio del 1919 arriva la rottura definitiva.

Pochi mesi dopo, Farinacci sarà già al fianco di Mussolini nella nascita di un nuovo movimento politico.

L'adesione ai Fasci italiani di combattimento.

Il 23 marzo 1919, a Milano, Farinacci partecipa alla riunione durante la quale vengono fondati i Fasci italiani di combattimento: poche settimane più tardi organizzerà la sezione di Cremona e ne diventerà uno dei principali dirigenti.

Logo dei Fasci di Combattimento

È qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali del suo personaggio: Roberto non è soltanto un teorico, è soprattutto un organizzatore politico.

Costruisce strutture locali, recluta aderenti, lavora nel mondo sindacale e utilizza la propria conoscenza dell'ambiente ferroviario e agricolo per aumentare rapidamente la presenza fascista nel Cremonese.

Oltre a tutti questi strumenti già in suo possesso, c'è un altro elemento (che diventerà inseparabile dal suo nome) con cui Farinacci contribuisce alla crescita del movimento: la violenza squadrista.

Roberto è senza alcun dubbio tra i più violenti dirigenti dello squadrismo fascista, una caratteristica che (insieme alla sua capacità di utilizzare contemporaneamente organizzazione politica, propaganda e coercizione) gli permetterà di conquistare progressivamente un potere enorme all'interno della provincia.

Il ras di Cremona e lo squadrismo.

Tra il 1920 e il 1922 il fascismo cremonese cresce rapidamente e Farinacci estende la propria rete nelle campagne, dove si scontra con le organizzazioni socialiste e cattoliche e costruisce un rapporto sempre più stretto con i settori degli agrari locali.

In questa fase, le squadre fasciste partecipano ad aggressioni, devastazioni di sedi politiche e sindacali e spedizioni punitive contro gli avversari, con lo stesso Farinacci che non nasconderà mai completamente gli eccessi commessi dagli squadristi.

Il punto centrale di questa vicenda è politico: la violenza non rappresenta soltanto un’esplosione spontanea di rabbia ma viene utilizzata per distruggere o paralizzare le organizzazioni concorrenti e sostituirle con strutture controllate dal fascismo.

Degli squadristi fascisti

Proprio mentre il suo potere locale cresce, però, emerge la prima grande divergenza tra Farinacci e Mussolini.

Nell’agosto del 1921, Mussolini sottoscrive con i socialisti il Patto di pacificazione, nel tentativo di interrompere gli scontri tra le due parti.

Farinacci si oppone apertamente, perché considera qualsiasi tregua un ostacolo alla rivoluzione fascista proprio nel momento in cui lo squadrismo sta riuscendo a prevalere.

Questa presa di posizione gli consente di diventare uno dei principali riferimenti dell’ala più intransigente del movimento e di rafforzare ulteriormente il proprio controllo sul fascismo cremonese a tal punto che - tra la fine del 1921 e i primi mesi del 1922 - Farinacci comincia a essere conosciuto come il “ras di Cremona”.

Il termine non indica una carica ufficiale ma identifica un capo fascista locale capace di governare il proprio territorio con grande autonomia e attraverso una rete personale di uomini, organizzazioni e squadre armate.

Da questo momento Roberto Farinacci inizia a comportarsi come il padrone politico della provincia, con un’indipendenza che Mussolini tollera con crescente difficoltà.

È il principio di un rapporto destinato a oscillare continuamente tra collaborazione e conflitto.

L'elezione alla Camera e la laurea.

Nel 1921 Farinacci viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati ma la sua esperienza parlamentare si interrompe quasi subito.

Infatti, non ha ancora compiuto i trent’anni richiesti dalla legge e per questo motivo, nel 1922, la sua elezione viene invalidata.

Tuttavia, l’esclusione è soltanto temporanea: Farinacci torna alla Camera dopo le elezioni del 1924 e da quel momento conserva un posto nelle istituzioni parlamentari fasciste fino alla dissoluzione della Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1943.

Roberto Farinacci nel 1925

Nel frattempo decide di riprendere gli studi abbandonati da ragazzo, ottiene la licenza necessaria, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e nel 1923 consegue la laurea.

Anche questo traguardo, però, è accompagnato da un episodio poco edificante: la tesi presentata da Farinacci non era frutto del suo lavoro ma era stata acquistata da un altro studente.

Nel giro di pochi anni, l’ex ferroviere è così riuscito a diventare contemporaneamente deputato, giornalista e avvocato.

La sua vera forza, tuttavia, non dipende ancora dagli incarichi ottenuti a Roma ma è soprattutto a Cremona, dove controlla il fascismo locale e può contare sulla fedeltà delle squadre.

La conquista di Cremona e la Marcia su Roma.

Nell'estate del 1922 la pressione dello squadrismo raggiunge uno dei propri momenti più violenti.

A Cremona le organizzazioni fasciste guidate da Farinacci costringono progressivamente le amministrazioni locali avversarie a cedere e, nel luglio dello stesso anno, gli squadristi occupano punti fondamentali della città, tra cui il municipio e la Camera del lavoro.

Farinacci arriva persino ad autoproclamarsi sindaco, anche se l'occupazione termina in seguito all'intervento di Mussolini e l'amministrazione viene commissariata.

Qualche mese dopo, quando il fascismo prepara la conquista del governo nazionale, il ras concentra nuovamente la propria azione su Cremona.

Foto scattata durante la Marcia su Roma

Tra il 27 e il 28 ottobre 1922, mentre in Italia si sviluppano gli eventi della Marcia su Roma, le sue squadre cercano di impadronirsi dei principali centri di potere cittadini e si scontrano anche con le forze che difendono la prefettura.

Alla fine Farinacci assume il controllo della città mentre Mussolini, contemporaneamente, riceve dal re l'incarico di formare il governo.

È una vittoria per entrambi ma non significa che abbiano la stessa idea di ciò che deve accadere dopo.

Farinacci contro la normalizzazione del fascismo.

Una volta arrivato al governo, Mussolini deve affrontare un problema completamente diverso da quello degli anni precedenti: scopre che conquistare il potere non basta, occorre conservarlo.

Ciò significa dialogare con monarchia, esercito, burocrazia, grandi gruppi economici e tutte quelle istituzioni che continuano a esistere accanto al nuovo movimento di cui è portavoce.

Nel frattempo, Farinacci guarda con diffidenza questo processo.

La sua concezione del fascismo attribuisce infatti al Partito Nazionale Fascista un ruolo molto più grande.

Per lui il partito non dovrebbe semplicemente sostenere il governo, dovrebbe diventare la struttura politica dominante dello Stato, mentre lo squadrismo dovrebbe conservarne la forza militante.

È una differenza fondamentale, dato che Mussolini vuole subordinare progressivamente il partito alla propria autorità e utilizzare anche le istituzioni dello Stato, mentre Farinacci vuole che la rivoluzione fascista continui a modificare radicalmente quegli stessi organi.

Insomma, il loro conflitto non oppone fascismo e antifascismo ma due modi differenti di organizzare il potere fascista

Si tratta di una crisi che vedrà il ras improvvisamente al centro della politica nazionale in seguito all'assassinio di Giacomo Matteotti.

Il delitto Matteotti e l'ascesa di Farinacci.

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prende la parola alla Camera e denuncia le violenze, le intimidazioni e le irregolarità che hanno condizionato le elezioni appena concluse.

Il suo intervento provoca una reazione durissima da parte dei fascisti presenti in aula e Farinacci è tra i deputati che cercano ripetutamente di interromperlo.

Undici giorni dopo, il 10 giugno, il deputato viene rapito e assassinato da un gruppo di uomini legati al fascismo.

Giacomo Matteotti

La sua scomparsa apre la crisi politica più grave affrontata fino a quel momento dal governo Mussolini. 

Le opposizioni abbandonano i lavori parlamentari con la secessione dell’Aventino, il consenso attorno al governo si indebolisce e anche all’interno del fascismo iniziano a emergere dubbi e tensioni.

Farinacci, però, non interpreta questa crisi come un segnale della necessità di moderare il movimento, tutt'altro.

Chiede maggiore durezza: mentre Mussolini esita e cerca una via d’uscita, il ras di Cremona sostiene che qualsiasi arretramento rischierebbe di compromettere il potere conquistato e lo spinge a reprimere con ancora più decisione le opposizioni.

È così che il 3 gennaio 1925, dopo mesi di incertezza, Mussolini pronuncia alla Camera il discorso con cui si assume la responsabilità politica di quanto accaduto e avvia apertamente la trasformazione del fascismo in una dittatura.

La scelta del Duce sembra segnare la vittoria della linea intransigente difesa da Farinacci e porterà il ras di Cremona al momento più importante della sua carriera poche settimane più tardi.

Roberto Farinacci segretario del Partito Nazionale Fascista.

Nel febbraio del 1925 Mussolini affida a Roberto Farinacci la segreteria del PNF: si tratta di una scelta logica precisa.

Dopo la crisi Matteotti il fascismo deve ricompattare il proprio apparato e Mussolini ha bisogno di un uomo capace di controllare proprio quelle componenti più violente e radicali del movimento che potrebbero diventare difficili da gestire.

Farinacci è perfetto per questo ruolo, almeno in teoria.

Da segretario cerca di rafforzare l'organizzazione del partito, di epurare gli elementi considerati poco affidabili e di aumentare la presenza fascista nella società.

Tuttavia, contemporaneamente, torna a emergere il problema che Mussolini aveva già incontrato negli anni precedenti. 

Il ras non vuole semplicemente dirigere bene il partito ma vuole che il PNF possieda un'autonomia politica e un peso capaci di competere con quelli dello stesso apparato statale.

Per circa tredici mesi i vertici del fascismo si trovano quindi attraversati da questa tensione: da una parte Mussolini possiede il governo mentre Farinacci controlla il partito e continua a rappresentare una parte importante dei vecchi squadristi.

Si tratta di un rapporto di forza che non può durare, perché prima o poi uno dei due deve cedere.

Il processo Matteotti e la fine della segreteria.

Il momento decisivo dello scontro arriva nel marzo del 1926, quando a Chieti si tiene il processo contro gli uomini materialmente coinvolti nell'assassinio di Matteotti e Farinacci assume la difesa di Amerigo Dumini, uno dei principali imputati.

Amerigo Dumini

Il processo diventa inevitabilmente politico e il ras utilizza la propria posizione non soltanto per difendere gli imputati ma anche per trasformare l'aula giudiziaria in un nuovo terreno di attacco contro gli avversari del fascismo.

Pochi giorni dopo la conclusione del procedimento arriva però la resa dei conti: il 30 marzo 1926 Farinacci lascia la segreteria del PNF e viene sostituito da Augusto Turati.

Questo episodio segna la sconfitta della sua concezione del rapporto tra partito e Stato.

Negli anni successivi Mussolini riuscirà infatti a ridurre drasticamente l'autonomia del PNF, trasformandolo sempre più in uno strumento dipendente dall'autorità del Duce.

Di conseguenza, Farinacci non verrà più chiamato a ricoprire una carica politica nazionale altrettanto importante.

Il Regime Fascista e l'opposizione interna.

Dopo aver lasciato la segreteria del partito, Farinacci torna a Cremona, dove riprende a esercitare l’avvocatura e continua a coltivare le proprie ambizioni politiche.

A permettergli di far sentire la sua voce ben oltre i confini della provincia è soprattutto il giornale che dirige, Cremona Nuova.

Nel gennaio del 1926, il quotidiano cambia nome e diventa Il Regime Fascista, assumendo una dimensione nazionale e affermandosi come punto di riferimento per l’ala più radicale del fascismo.

Dalle sue pagine Farinacci attacca gli altri gerarchi, denunciando episodi che interpreta come segnali di corruzione o di debolezza e presentandosi come il custode di un fascismo più puro e intransigente rispetto a quello ormai istituzionalizzato da Mussolini.

È soprattutto in questa fase che comincia a consolidarsi la sua immagine di possibile antiduce, intesa non come figura decisa a rovesciare il governo di Mussolini o a mettere realmente in discussione la dittatura.

Il ras infatti non abbandona mai il fascismo; la sua è piuttosto una forma di opposizione interna al regime.

Si limita a criticare alcune decisioni, colpisce i gerarchi rivali e cerca di condizionare la linea politica del Duce, chiedendogli quasi sempre di assumere posizioni ancora più radicali.

La forza di Farinacci deriva proprio da questa collocazione ambigua.

Non è un avversario del fascismo ma uno dei suoi interpreti più estremi.

E proprio in quanto tale può continuare a ricordare a Mussolini che, all’interno del regime, esiste ancora qualcuno pronto a contestarlo non perché si sia spinto troppo lontano ma perché, secondo lui, non si è spinto abbastanza.

Il ritorno in politica e la guerra d'Etiopia.

Dopo anni di rapporti difficili, nella prima metà degli anni Trenta, Farinacci riesce progressivamente a ricostruire un rapporto con Mussolini e all'inizio del 1935 viene reintegrato nel Gran Consiglio del Fascismo.

In quel periodo l'Italia si prepara alla guerra contro l'Etiopia, una campagna che Farinacci sostiene e combatte, partecipando nel 1936 come ufficiale dell'aviazione.

La sua esperienza militare è relativamente breve ma comprende diverse missioni di guerra, oltre che uno degli episodi più singolari della sua biografia. 

Farinacci perde la mano destra ma non durante un combattimento, bensì mentre sta pescando utilizzando una granata, che esplode provocandogli una ferita tanto grave da rendere necessaria l'amputazione.

L'episodio è diventato nel tempo terreno fertile per aneddoti e versioni satiriche ma il nucleo del fatto è documentato e la guerra africana gli offre comunque anche un'occasione per riavvicinarsi all'immagine del fascista combattente che aveva sempre voluto rappresentare.

La guerra di Spagna e l'avvicinamento alla Germania.

Nel 1937, l’anno successivo alla sua esperienza in Etiopia, Mussolini invia il ras in Spagna, dove è in corso la guerra civile tra il fronte repubblicano e le forze nazionaliste guidate da Francisco Franco.

Francisco Franco

Qui il gerarca visita il paese schierandosi apertamente dalla parte dei nazionalisti e sostenendo l’intervento militare con cui il regime fascista contribuisce alla vittoria di Franco.

L'esperienza spagnola rafforza ulteriormente la convinzione di Farinacci che il futuro dell’Italia debba passare attraverso un’alleanza con le altre potenze fasciste europee, tant'è che nella seconda metà degli anni Trenta, il rapporto con la Germania nazista diventa uno degli elementi più riconoscibili della sua posizione politica.

Il ras vede nel regime di Hitler il principale alleato strategico dell’Italia e invita Mussolini a costruire con Berlino un legame politico e militare sempre più stretto. 

Il suo filotedeschismo diventa così esplicito da renderlo, agli occhi di molti contemporanei, il gerarca fascista più vicino alla Germania nazista.

Quando, nel 1939, Italia e Germania firmano il Patto d’Acciaio, la politica estera del regime sembra quindi muoversi definitivamente nella direzione che Farinacci sostiene ormai da anni ma la sua vicinanza al nazismo non riguarda soltanto le alleanze internazionali.

Porta con sé anche uno dei capitoli più gravi della sua biografia (e della storia italiana): le leggi razziali e l’antisemitismo.

L'antisemitismo di Roberto Farinacci.

L’antisemitismo di Farinacci non nasce con le leggi razziali del 1938 ma può essere intravisto già negli anni precedenti, quando il quotidiano Il Regime Fascista pubblicava articoli e campagne ostili agli ebrei e il gerarca si avvicinava progressivamente agli ambienti più apertamente antisemiti del fascismo italiano.

Nel 1938, però, avviene un cambiamento decisivo: il pregiudizio antiebraico non rimane più soltanto una posizione ideologica o propagandistica ma diventa una vera e propria politica dello Stato.

Infatti, attraverso le leggi razziali, il regime esclude progressivamente gli ebrei italiani dalla scuola, dal lavoro, dalle istituzioni e da ampi settori della vita civile, limitandone anche i diritti economici e patrimoniali.

Di fronte a questa svolta Farinacci non manifesta dubbi né assume una posizione marginale, al contrario, diventa uno dei gerarchi maggiormente impegnati a sostenere l’introduzione in Italia di una legislazione antisemita.

È così che il 7 novembre 1938, durante una conferenza tenuta a Milano, arriva anche a polemizzare con quegli ambienti della Chiesa cattolica che contestano il razzismo fascista.

In questa occasione, nel tentativo di giustificare la persecuzione, Farinacci richiama la tradizione dell’antigiudaismo cristiano e accusa le autorità ecclesiastiche di contraddire la propria storia opponendosi alle nuove misure del regime.

La distinzione, però, è fondamentale: l’antigiudaismo religioso del passato viene utilizzato dal gerarca per legittimare una politica moderna fondata sulla discriminazione razziale e sulla privazione dei diritti.

Non si tratta quindi di un aspetto secondario della sua posizione politica dato che il filotedeschismo e l’antisemitismo diventano due dei tratti più riconoscibili di Farinacci.

E sarà proprio la sua fedeltà alla Germania nazista a condizionare tutte le sue decisioni successive.

Roberto Farinacci e la Seconda guerra mondiale.

Nel settembre del 1939 l’invasione tedesca della Polonia segna l’inizio della Seconda guerra mondiale ma, nonostante il Patto d’Acciaio firmato pochi mesi prima, l’Italia non entra immediatamente nel conflitto e sceglie una posizione di temporanea non belligeranza.

Farinacci considera questa prudenza come un segnale di debolezza: convinto che la Germania sia destinata a vincere, chiede a Mussolini di intervenire al fianco di Hitler e insiste sulla necessità di rendere ancora più stretta l’alleanza militare tra Roma e Berlino.

Quando, nel giugno del 1940, l’Italia entra finalmente in guerra, il ras partecipa per un breve periodo alle operazioni militari e viene successivamente impiegato anche sul fronte albanese.

Le difficoltà dell’esercito italiano, però, emergono rapidamente e le campagne militari del Regno si trasformano in poco tempo in una successione di errori, di sconfitte e di interventi tedeschi necessari a impedire il crollo delle forze italiane.

A quel punto riemerge una delle caratteristiche più evidenti del modo di fare politica di Farinacci: la ricerca di un responsabile.

Uno dei suoi principali bersagli diventa Pietro Badoglio, figura che il ras di Cremona accusa di aver contribuito con le proprie scelte ai fallimenti militari del Paese.

E più la guerra volge al peggio, più Farinacci sostiene che l’Italia debba affidarsi alla potenza della Germania, arrivando a immaginare una conduzione delle operazioni ancora più dipendente dal comando tedesco.

Tuttavia mentre lui continua a guardare verso Berlino, in Italia il consenso costruito dal fascismo comincia a sgretolarsi.

A peggiorare ulteriormente la situazione c'è lo sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio del 1943, episodio che rende evidente come il regime non sia più in grado di proteggere il territorio nazionale e che segna l'inizio della resa dei conti anche all’interno del fascismo.

Il 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini.

Nell’estate del 1943, Farinacci comprende che all’interno del regime si sta preparando una manovra contro Mussolini e avverte il Duce del possibile coinvolgimento di Dino Grandi, degli ambienti militari e della Corona, insistendo affinché venga convocato il Gran Consiglio del Fascismo, che non si riunisce dal 1939.

Il suo obiettivo è quello di coinvolgere maggiormente i gerarchi nelle decisioni, di allontanare chi vorrebbe porre fine alla guerra e di favorire la nascita di un governo ancora più fedele alla Germania.

La riunione produce però il risultato esattamente opposto e la sera del 24 luglio 1943, Dino Grandi presenta un ordine del giorno che chiede di restituire alla Corona le prerogative militari e costituzionali previste dallo Statuto Albertino, sottraendo di fatto a Mussolini il controllo politico della situazione.

Farinacci non vota a favore della proposta di Grandi e presenta invece un proprio ordine del giorno, con il quale cerca di preservare il fascismo e di affidare la conduzione della guerra a un comando ancora più strettamente legato alla Germania.

La maggioranza del Gran Consiglio sceglie però la linea di Grandi e il giorno successivo Vittorio Emanuele III riceve Mussolini, per destituirlo dalla guida del governo e ordinarne l’arresto.

Per Farinacci, la caduta del Duce rappresenta anche un pericolo personale: ora a guidare il nuovo governo è infatti Pietro Badoglio, l’uomo che il ras di Cremona ha attaccato più duramente durante gli anni della guerra.

A questo punto, il gerarca cerca quindi protezione presso l’ambasciata tedesca e viene fatto partire per la Germania dove, il 27 luglio, riesce persino a incontrare Adolf Hitler. 

Tuttavia, durante il colloquio, Farinacci commette un grave errore: critica apertamente la condotta di Mussolini e lascia intendere di essere disponibile a prenderne il posto.

Il tentativo non convince il dittatore tedesco e finisce, al contrario, per alimentare dubbi sulla sua affidabilità.

Di conseguenza, poche settimane più tardi, i tedeschi liberano Mussolini e danno vita a un nuovo Stato fascista nell’Italia occupata, Hitler sceglie ancora una volta il vecchio Duce.

Farinacci e la Repubblica Sociale Italiana.

Dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, Farinacci torna nell’Italia settentrionale e (almeno in apparenza) il nuovo scenario politico sembra costruito su misura per lui.

La monarchia è diventata una nemica, il vecchio Stato fascista è crollato e il nuovo regime repubblicano sopravvive grazie alla presenza militare e al sostegno della Germania nazista: tutte condizioni molto vicine alle posizioni che Farinacci difende ormai da anni.

Eppure, proprio nel momento in cui potrebbe aspettarsi la definitiva consacrazione politica, il ras di Cremona viene lasciato ai margini.

Non ottiene alcun incarico importante né nel governo né nel partito della RSI e deve rinunciare alle ambizioni di assumere un ruolo centrale nel nuovo fascismo repubblicano.

Torna quindi a Cremona, dove conserva un’autorità quasi assoluta e continua a far sentire la propria voce soprattutto attraverso le pagine de Il Regime Fascista.

L’esclusione dai vertici, però, non lo porta a cambiare posizione: Farinacci rimane fedele alla causa nazifascista, difende fino all’ultimo l’alleanza con la Germania, invoca un fascismo ancora più intransigente e prosegue la propria propaganda antisemita.

La cattura e la morte di Roberto Farinacci.

Nell’aprile del 1945, la Repubblica Sociale Italiana è ormai alla fine: gli Alleati avanzano nella Pianura Padana, le città del Nord insorgono e le strutture politiche e militari del regime si dissolvono rapidamente.

In questo clima Farinacci lascia Cremona e cerca di sfuggire alla cattura ma il 27 aprile viene intercettato dai partigiani nei pressi di Beverate.

Trasferito a Vimercate, viene sottoposto a un processo sommario davanti a un tribunale legato al Comitato di Liberazione Nazionale e condannato a morte: il 28 aprile 1945 Roberto Farinacci viene fucilato all’età di cinquantadue anni.

Foto scattata durante la fucilazione di Roberto Farinacci

Nello stesso giorno, a poco più di settanta chilometri di distanza, viene ucciso anche Benito Mussolini.

Le vite dei due uomini terminano così quasi contemporaneamente, dopo oltre vent’anni di collaborazione, rivalità e conflitti, benché il loro rapporto permetta comunque di comprendere un aspetto fondamentale del fascismo italiano.

L'antiduce in Etiopia di Roberto Farinacci.

Come osservava la guerra, il potere e gli altri gerarchi uno degli uomini più radicali del fascismo italiano?

Puoi scoprirlo in "L’Antiduce in Etiopia" pubblicato da Ibex Edizioni per la prima volta in edizione critica e integrale, con introduzione di Nicola Fanizza e postfazione di Aldo Giannuli.

In questo libro, Roberto Farinacci in persona racconta gli eventi, i retroscena e le rivalità di potere osservati durante la campagna d’Etiopia, attraverso gli appunti scritti tra il 7 febbraio e il 14 aprile 1936.

Tra le pagine del diario troverai le impressioni di un uomo che osservava nei bombardamenti uno strumento per costruire l’Impero, negli altri gerarchi degli alleati o dei rivali e nelle informazioni riservate una fonte di potere personale.

È un’occasione per entrare direttamente nella mente di Roberto Farinacci e osservare dall’interno la guerra coloniale, i contrasti ai vertici del regime e il funzionamento di un fascismo tutt’altro che compatto.

Questo libro ti costringe a ripensare a che cosa significassero davvero colonialismo, propaganda e potere durante il Ventennio mettendoti davanti alla voce di un gerarca che annotava gli eventi mentre la storia stava accadendo.

Se vuoi comprendere il tentativo coloniale italiano attraverso un documento originale e scoprire quali ambizioni, rivalità e violenze si nascosero dietro la propaganda dell’Impero, questo libro non può mancare nella tua libreria.

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